A tempo scaduto: storie fuori campo ep.2
La partita che finì due volte
Tra una meta cancellata e riscritta, un esordio atteso diciotto mesi e una tribuna finalmente coperta, la seconda giornata del Soladria Serie A Élite racconta il privilegio, e il rischio, di avere un’altra occasione.
di Cristiano Morabito
La prima volta Emanuele De Lise aveva già segnato, Daniel Donato aveva trasformato e alla Cittadella del Rugby di Biella si festeggiava un pareggio che, per come si erano messe le cose, assomigliava parecchio a una vittoria. Poi, quando il tabellone era stato aggiornato e i protagonisti avevano cominciato a fare i conti con ciò che era appena accaduto, è intervenuto il TMO a comunicare che no, quella meta non c’era. La tecnologia, che dovrebbe aiutarci a stabilire cosa sia successo, aveva appena spiegato a un migliaio di persone che ciò che avevano visto non era successo davvero. Luigi Pirandello ci avrebbe ricavato una commedia; ai tifosi del Biella dev’essere sembrata soprattutto una pessima battuta.
La parte migliore viene dopo, perché De Lise, invece di accontentarsi di essere stato protagonista di una festa prematura, è tornato a cercare esattamente lo stesso traguardo. Altri assalti, altri corpi ammassati a un passo dalla linea, un tempo di recupero che sembrava dilatarsi come nelle ultime scene di un film: ed ecco ancora De Lise, ancora una meta, stavolta buona, ancora Donato davanti ai pali. Se avete visto “Ricomincio da capo”, quello con Bill Murray condannato a rivivere la stessa giornata finché non trova il modo di cambiarla, avrete riconosciuto il meccanismo. A Biella non è servita un’intera giornata: sono bastati pochi minuti, un pilone testardo e la ferma intenzione di non accettare il primo finale. Il Petrarca, che aveva accumulato un vantaggio rassicurante, ne è uscito con un pareggio e una domanda assai meno rassicurante: quando, esattamente, una partita può dirsi chiusa?
La settimana precedente Donato aveva deciso a tempo scaduto la trasferta di Mogliano, e adesso è tornato a essere decisivo proprio davanti ai suoi ex compagni del Petrarca. Non era il solo: anche De Sanctis aveva cambiato Padova per Biella e sulla panchina piemontese sedeva Alberto Benettin, un altro che l’ambiente petrarchino conosce bene. Il destino ha un notevole gusto per le rimpatriate, soprattutto quando può organizzare che siano i vecchi amici a rovinarti il pomeriggio. E tuttavia sarebbe troppo facile ridurre tutto a una vendetta degli ex: il giovane Petrarca di Victor Jimenez ha mostrato qualità e personalità, ma anche l’inesperienza di chi deve ancora imparare che amministrare un vantaggio è un mestiere diverso dal conquistarlo. A Biella, invece, più che l’arte del pareggio, si è vista la rarissima capacità di non considerare definitiva neppure una delusione appena consumata.
Samuel Beckett scriveva “Try again. Fail again. Fail better”, riprova, fallisci ancora, fallisci meglio. De Lise si è preso una libertà con il copione: ha riprovato e gli è andata bene. È una distinzione che conta, almeno per il tabellino, e forse anche per il rugby, sport nel quale l’ostinazione gode giustamente di grande prestigio, purché non venga scambiata con il diritto di sbagliare sempre nello stesso modo.
La seconda giornata, del resto, sembrava costruita sul tema delle seconde possibilità. Al Mirabello il Valorugby ha reagito alla sconfitta di Roma esibendo tutta l’autorità che ci si aspetta dai campioni d’Italia, e chi una settimana prima aveva già cominciato a domandarsi se il ciclo dei reggiani fosse entrato in crisi ha avuto la discrezione di rimandare il funerale. I Lyons, primi dopo l’esordio, hanno scoperto a loro spese quanto in fretta possa cambiare il panorama osservato dalla cima di una classifica. Ma dentro una vittoria larga c’era una storia più piccola, e forse più interessante: Santiago Gilligan, arrivato al Valorugby nella scorsa stagione e rimasto fermo per un anno e mezzo tra gli infortuni, ha finalmente indossato la maglia granata in una partita ufficiale, 443 giorni dopo il suo ingaggio. Per chi osserva soltanto i risultati è una presenza sulla distinta; per chi ha passato mesi a recuperare, aspettare, ricominciare da capo, è già un traguardo che non richiede una meta per essere riconosciuto.
Intanto, a Viadana, le Fiamme Oro imparavano l’altra faccia della stessa lezione. Dopo aver battuto il Valorugby con un calcio di Ludovico Vaccari, improvvisato specialista della piazzola, hanno ritrovato proprio in quel piede la possibilità di rimanere agganciate alla partita: quattro calci, tutti a segno, senza che bastassero a evitare la sconfitta. C’è una certa ingiustizia poetica nel constatare che ciò che sette giorni prima bastava a costruire un’impresa, una settimana dopo serva soltanto a limitarne i danni. Ma il Viadana, uscito sconfitto dal Battaglini, aveva a sua volta qualcosa da farsi perdonare e allo Zaffanella ha ritrovato punti e fiducia, pur rischiando nel finale di restituire agli avversari quanto aveva guadagnato. Nel rugby il verbo «confermare» è usato con disinvoltura: lo si pretende da chiunque abbia vinto il sabato precedente, dimenticando che dall’altra parte ci sono quindici persone alle quali, comprensibilmente, la conferma non interessa affatto.
A Vicenza la seconda opportunità aveva addirittura un tetto nuovo. La Rangers Rugby Arena inaugurava la tribuna coperta, un miglioramento concreto per gli spettatori e un piccolo segnale di quanto si possa costruire fuori dal campo mentre si cerca di crescere dentro. Per festeggiare, ai biancorossi sono bastati quattro piazzati di Heymans, senza bisogno di una meta, mentre il Mogliano ha accumulato possesso e opportunità senza riuscire a trasformarli in una vittoria. È la differenza, poco romantica ma piuttosto decisiva, tra fare la partita e fare punti. Almeno, in caso di pioggia, i tifosi vicentini potranno discuterne all’asciutto; non è ancora un titolo sportivo, ma non è neppure un dettaglio trascurabile in un campionato che parla spesso di crescita senza ricordarsi che il pubblico deve avere un posto dove sedersi.
Lo stesso pubblico, a Parabiago, ha accompagnato il ritorno di una partita casalinga nella massima serie dopo sessantasette anni. Circa un migliaio di persone hanno visto i padroni di casa resistere per lunghi tratti a Rovigo, festeggiare anche una meta del diciottenne Morelli e poi misurare, nella ripresa, la distanza che ancora separa il coraggio dall’abitudine a vincere. I Bersaglieri hanno conquistato un altro successo con bonus e sono rimasti gli unici a punteggio pieno: una squadra può permettersi qualche errore e vincere ugualmente, ma se da una neopromossa ci si limita a chiedere di perdere con dignità, ci si dimentica di riconoscerle il diritto di aspirare a qualcosa di più. Daniele Porrino ha fatto bene a non accontentarsi delle tre mete segnate: nel campionato delle grandi tradizioni, anche chi arriva dopo deve potersi concedere l’ambizione di riscriverne un pezzo.
Forse è questo che i cinque campi hanno raccontato, più dei risultati e della classifica: il campionato non distribuisce sentenze una volta per tutte, ma occasioni, alcune meritate, altre impreviste, nessuna utilizzabile senza pagare un prezzo. E se il rugby italiano vuole allargare la propria platea, potrebbe cominciare da qui, anziché raccontare a se stesso, per l’ennesima volta, quanto siano belli i propri valori. Ci sono un esordiente che ha aspettato diciotto mesi, un club che inaugura una tribuna, una matricola che prova a non accontentarsi e un uomo costretto a segnare due volte la stessa meta: materiale sufficiente per catturare chi non sa distinguere una maul da una mischia. Nella serie The Bear, appesa in cucina, compare una frase: “Every second counts”, ogni secondo conta. A Biella hanno dimostrato che qualcuno, a tempo scaduto, può contare perfino due volte.




