Intervista a Giuseppe Piacenza
Ciao Giuseppe…Raccontaci chi sei: Chi sei come persona, come giocatore e raccontaci cosa stai facendo ora nella tua vita
Ciao a tutti! Mi chiamo Giuseppe Piacenza, ho 24 anni e gioco a rugby da circa 14 anni. In campo sono una terza linea: mi piace essere sempre dentro il gioco, lavorare tanto nel combattimento, nel sostegno e nelle situazioni sporche, quelle che magari da fuori si vedono meno ma che spesso fanno la differenza.
Nella vita, in questo momento, sto concludendo il mio Master in Naval Architecture and Ocean Engineering a Lisbona. Sono arrivato in Portogallo dopo la triennale in Ingegneria Meccanica al Politecnico di Torino, perché volevo proseguire il mio percorso nell’ingegneria navale. Ora sono nella fase finale della tesi, quindi è un periodo intenso, ma anche molto importante.
Rugby e università hanno sempre viaggiato insieme nella mia vita. Ho giocato praticamente tutta la mia carriera a Torino, nel CUS Torino, e poi il mio percorso di studi mi ha portato a Lisbona, dove ho avuto la possibilità di continuare a giocare ad alto livello con il Benfica.
Quando, dove, come e perché è iniziata la tua storia con il rugby?
La mia storia con il rugby è iniziata quando avevo 9 o 10 anni. I miei genitori e i genitori del mio migliore amico volevano farci iniziare uno sport di squadra. Un giorno abbiamo visto insieme il film Invictus e, la settimana dopo, siamo andati agli open day del CUS Torino a Grugliasco.
Da lì è iniziato tutto. Quello che all’inizio era solo un tentativo, una prova, è diventato una vera passione. Da quel momento il rugby è entrato nella mia vita in maniera fortissima e non ne è più uscito.
Esperienza al CUS Torino
Raccontaci com’è stata la tua esperienza al CUS Torino
Sono arrivato al CUS Torino intorno ai 10 anni e ci sono rimasto per circa 12 stagioni, dall’Under 10 fino alla prima squadra. In prima squadra ho fatto quattro stagioni.
Per me il CUS Torino è casa. Ancora oggi, ogni volta che torno al campo per salutare compagni, allenatori o persone della società, mi sento completamente a casa. È difficile spiegare cosa significhi davvero un ambiente così, perché non è solo una squadra o una società sportiva: è un posto dove sono cresciuto, dove ho vissuto momenti bellissimi e momenti durissimi, e dove ho costruito rapporti che credo porterò avanti per tutta la vita.
Qual è stato il momento più bello con la maglia del CUS? E quello più brutto?
Il momento più bello è stato probabilmente la vittoria del campionato di Serie A, battendo la Capitolina a Roma, che ci ha permesso di conquistare il posto in Serie A Elite. È stata una giornata enorme, il coronamento di un percorso lungo e difficile.
Il momento più brutto, invece, è più difficile da scegliere. Sicuramente la finale per la retrocessione dalla Serie A Elite alla Serie A contro Mogliano, giocata a Piacenza, è stata molto dolorosa. Anche la finale di Serie A persa contro la Lazio a Prato è stata una delusione enorme. Sono partite che ti restano addosso, perché sai quanto lavoro c’è dietro e quanto può fare male arrivare così vicino a un obiettivo senza riuscire a prenderlo.
Cosa significava per te giocare per il CUS Torino e com’era il rapporto tra società e università?
Giocare per il CUS Torino significava rappresentare qualcosa che andava oltre il campo. Significava far parte di un ambiente che cercava davvero di unire sport e percorso universitario.
Io, essendo di Torino, ho vissuto forse meno il rapporto diretto tra società e università rispetto ai ragazzi che venivano da fuori e sceglievano Torino proprio per studiare e giocare. Però ho avuto la possibilità di far parte del progetto Dual Career, che permetteva una certa flessibilità, per esempio in termini di consegne o organizzazione degli impegni accademici. Non ci sono mai stati trattamenti speciali, ma c’era attenzione verso chi provava a portare avanti entrambe le cose seriamente.
Credo molto nel progetto di unire sport e accademia ad alto livello. È qualcosa di bellissimo e molto formativo. Al CUS si vedeva chiaramente che tanti giocatori erano mentalmente brillanti: le cose spiegate dagli allenatori venivano apprese velocemente, c’era grande capacità di analisi e comprensione del gioco.
Allo stesso tempo, per competere stabilmente in Serie A Elite, questo da solo non basta. Serve anche una rosa profonda, pronta a reggere infortuni, assenze e il livello fisico del massimo campionato. Probabilmente, per provare a restare in Elite, sarebbe stato necessario inserire alcuni giocatori professionisti di livello, pagati per fare solo rugby. Capisco però che non fosse semplice, soprattutto con budget limitati. Forse si potevano fare scelte migliori su alcuni professionisti stranieri, ma è facile dirlo da fuori: la realtà economica di una società pesa molto.
Se dovessi raccontare una partita o un momento del CUS a chi non l’ha vissuto, quale sceglieresti?
Racconterei l’ultima partita della fase a gironi contro Biella, fuori casa. Biella era una rivale diretta in cima alla classifica e noi vincemmo con una prestazione fantastica. Fu una partita durissima, giocata con grande intensità, e quella vittoria ci diede accesso alle finali contro Valsugana e Capitolina per salire in Serie A Elite.
Tra l’altro in quella partita feci anche meta, quindi a livello personale è un ricordo ancora più speciale. Ma più della meta, mi ricordo la sensazione di squadra: eravamo davvero uniti, convinti, consapevoli di poter fare qualcosa di importante.
Il giocatore che ti è rimasto più impresso a Torino o in Serie A Élite?
Il giocatore che mi è rimasto più impresso è sicuramente George Reeves, il nostro capitano. È uno di quei giocatori che si è sempre caricato la squadra sulle spalle. Non ha mai mollato, ci ha sempre creduto più degli altri, anche nei momenti più difficili.
Per me George è stato un esempio enorme, dentro e fuori dal campo. Una persona fantastica, un leader vero, uno che non aveva bisogno di parlare troppo per farti capire cosa significasse dare tutto per la squadra.
Un compagno con cui sei rimasto in contatto?
La cosa bella di quel gruppo è che non si è perso. Sono ancora in contatto con tanti ragazzi di quella prima squadra: con il capitano, con suo fratello Eddy, con molti altri compagni, anche persone che oggi lavorano all’estero.
Credo davvero che siano amicizie per la vita. Quello che ci ha legato non è stato solo il rugby, ma anche tutto quello che abbiamo condiviso fuori dal campo: momenti difficili all’università, problemi personali, sacrifici, viaggi, vittorie, sconfitte. Sono esperienze che ti uniscono in modo profondo.


Esperienza in Portogallo
Perché l’estero e perché Lisbona?
Dopo la triennale in Ingegneria Meccanica al Politecnico di Torino avevo già deciso da tempo che avrei voluto passare a Ingegneria Navale per la magistrale. Ho iniziato a guardarmi intorno e in Italia la strada era complicata, perché mi venivano richiesti diversi esami integrativi per accedere al percorso.
Avevo provato anche con università in Inghilterra e Scozia, ma purtroppo non sono stato ammesso perché la mia media triennale non soddisfaceva i loro requisiti. A quel punto è arrivata l’opportunità dell’Instituto Superior Técnico di Lisbona, con il Master in Naval Architecture and Ocean Engineering, ed è diventata una soluzione molto interessante.
La parte rugbistica è nata quasi per caso. A cena con alcuni compagni del CUS, raccontando la mia decisione di andare a Lisbona, un mio amico, Nicolò Quaglia, mi disse che un suo ex compagno di Accademia Federale stava giocando lì. Era Matteo Colli, che stava facendo la sua seconda stagione al Benfica nel massimo campionato portoghese. Ho preso il contatto, ho parlato con lui, poi con il direttore sportivo del Benfica, e da lì abbiamo trovato un accordo per la stagione successiva.
Ci sono altri italiani con storie simili alla tua in Divisão de Honra?
Sì, Matteo Colli aveva giocato due o tre stagioni al Benfica e ora gioca al CUS Milano. In generale non siamo tantissimi, ma ci sono ragazzi italiani che hanno provato o stanno provando esperienze simili, unendo studio, lavoro e rugby all’estero.
Questa esperienza sarebbe stata replicabile restando in Italia?
Sinceramente credo sarebbe stato difficile. Per fare un Master in Ingegneria Navale non sarei potuto rimanere a Torino e, in Italia, l’idea di giocare per una squadra diversa dal CUS Torino non mi attirava molto. All’estero è diverso: è una nuova esperienza, un nuovo percorso, un nuovo contesto. Ma in Italia io mi sento del CUS Torino.
Probabilmente, se avessi trovato un percorso accademico perfetto a Torino, sarei rimasto. Ma dal punto di vista universitario e personale Lisbona rappresentava un’opportunità importante.
Come si concilia la magistrale con il rugby a Lisbona?
Il sistema universitario è molto diverso rispetto a quello italiano. I corsi iniziano con una parte teorica, ma poi i professori assegnano progetti individuali o di gruppo da sviluppare durante il semestre. Alla fine di solito c’è anche un esame, che fa media con il progetto.
Gli esami spesso non sono impossibili, ma i progetti sono molto impegnativi: software nuovi, report lunghi, presentazioni, risultati da discutere. È una metodologia diversa, molto pratica, e richiede costanza durante tutto il semestre.
Con il rugby sono riuscito a organizzarmi abbastanza bene. Una grande differenza rispetto all’Italia è che in Portogallo le trasferte sono molto più leggere. Le squadre più forti sono quasi tutte a Lisbona o nei dintorni, quindi non perdi intere domeniche in pullman, come succedeva spesso in Italia andando per esempio in Veneto. Questo aiuta tantissimo nell’organizzazione dello studio.
Com’è una tua settimana tipo tra università e rugby?
Di solito facciamo palestra la mattina, dalle 7:50 alle 9:00. Poi vado in università a studiare o seguire le lezioni. Verso le 12:30 c’è l’allenamento in campo, fino alle 14:00 o 14:30. Poi torno di nuovo in università per lezioni, studio o progetti.
Questo succede tre volte a settimana: lunedì, martedì e giovedì. Il mercoledì è libero, mentre il venerdì facciamo un team run veloce in pausa pranzo, di circa 45 minuti. Poi si gioca il sabato o la domenica.
È una routine piena, però gestibile. Ovviamente ci sono periodi in cui gli esami o le consegne diventano pesanti e capita di dover saltare qualche allenamento per studiare. Le partite però non le ho mai saltate. Il fatto di non avere grandi trasferte rende tutto molto meno complicato.
Hai conciliato meglio rugby e studio in Portogallo o in Italia?
Credo di essere riuscito a organizzarmi meglio a Lisbona per vari motivi. Prima di tutto sono stato fortunato con gli orari delle lezioni e degli esami. Poi penso che l’università qui sia, per certi aspetti, meno stressante del Politecnico di Torino, anche se i progetti sono comunque impegnativi.
Il terzo motivo è che quattro anni di rugby in prima squadra al CUS, insieme all’università al Politecnico, ti preparano davvero a tutto. Quando hai già vissuto quel tipo di ritmo, impari a organizzarti, a gestire la stanchezza e a capire quando devi stringere i denti.


Il titolo nazionale con il Benfica
Raccontaci la stagione appena vinta
Quella appena conclusa è stata la mia seconda stagione al Benfica. La prima era stata molto difficile. Eravamo riusciti a qualificarci alla fase finale delle migliori sei squadre, ma poi eravamo arrivati ultimi. A dire il vero, è stata forse la stagione rugbistica peggiore della mia vita.
In estate stavo anche valutando altre possibilità: un paio di squadre mi avevano contattato e io stesso stavo pensando di cambiare. Alla fine ho deciso di rimanere al Benfica e, col senno di poi, è stata la scelta migliore che potessi fare.
La stagione del titolo è stata incredibile, ma anche piena di pressione. Il Benfica è una società enorme, con una storia e un peso importanti. Riportare il titolo dopo così tanti anni significava tanto per tutti: per noi giocatori, per lo staff, per la sezione rugby e per gli ex giocatori.
Un episodio che il pubblico non si aspetterebbe?
L’episodio più bello, per me, è stata la sorpresa dei miei genitori alla finale dell’ultima giornata di campionato.
La settimana prima potevamo già diventare campioni, ma purtroppo gli avversari pareggiarono all’ultimo e quindi la festa fu rimandata. Io, tra l’altro, presi un giallo stupido al 73’, proprio quando loro erano rimasti in rosso. Il mio cartellino non permise alla mia squadra di giocare in superiorità numerica e negli ultimi minuti loro segnarono due mete. Mi sentii addosso un senso di colpa enorme.
Dopo quella partita parlai con mio padre. Gli dissi che l’ultima sarebbe stata una partita bellissima, preparata bene da noi, e che ci credevo tanto. Però ero convinto che non lo avrei rivisto la settimana dopo.
Arriva l’ultima partita, contro la squadra più fisica del campionato e fuori casa. In quei momenti devi essere bravo a voltare pagina, smettere di pensare al passato e concentrarti solo su quello che puoi fare. Al triplice fischio vado ad abbracciare il mio allenatore, che piangeva. Erano momenti assurdi, difficili da descrivere.
Poi sento qualcuno chiamarmi, mi giro e vedo mio padre. Mi dice: “Guarda che là c’è la mamma”. Non volevo crederci. È stato un momento pazzesco, forse uno dei più emozionanti della mia vita sportiva.
Come è stato vissuto il titolo?
È stato qualcosa di enorme. Riportare il titolo a una società come il Benfica dopo 25 anni è stato assurdo e molto sentito. Avevamo tantissima pressione, perché sapevamo che non stavamo giocando solo per noi.
Pensare che quel titolo entrerà nella storia del club, che sarà ricordato anche nel museo del Benfica e che dentro quella storia ci sarà anche il mio nome, è qualcosa di speciale.
Una cosa bellissima delle polisportive come il Benfica è che, quando una sezione inizia a vincere, la gente comincia a venire alle partite anche se magari non conosce bene quello sport. Quest’anno abbiamo avuto un tifo pazzesco. Però è anche vero che devi vincere perché questo succeda.
Dopo la finale mi hanno fermato alcuni ex giocatori del Benfica, persone che avevano vissuto l’ultimo titolo del 2001. Alcuni erano commossi, quasi in lacrime. Mi dicevano: “Tu non sai chi sono io, ma io so chi sei tu. Avete fatto una cosa grandissima”. È stato davvero emozionante.


Italia e Portogallo
Cosa cambia tra i due massimi campionati nazionali Serie A Élite e Divisão de Honra?
Il tipo di gioco è diverso. In Italia il rugby è più fisico, più incentrato sulla mischia e sulle fasi statiche. In Portogallo il gioco è più dinamico, forse anche più divertente da giocare per certi aspetti.
Molti pensano che il livello portoghese sia basso, ma la prima categoria non è affatto un campionato semplice. Il livello c’è, soprattutto nelle squadre migliori. La differenza è più nello stile di gioco e nella struttura generale.
Dal punto di vista dell’organizzazione federale, credo ci siano margini di miglioramento. Il calendario, per esempio, non è sempre organizzato benissimo, anche se mi sembra che dalla prossima stagione ci saranno cambiamenti. Anche il livello arbitrale, secondo me, non è sempre all’altezza del campionato: ci sono alcuni arbitri buoni, ma in generale credo si possa crescere molto.
Il pubblico dipende tanto dalle squadre. Club storici come Direito, CDUL e Cascais hanno sempre molto seguito, soprattutto in casa. Anche al Benfica, quando la stagione è iniziata ad andare bene, abbiamo visto crescere tantissimo l’interesse intorno alla squadra.
Cosa ti ha sorpreso del rugby portoghese?
Mi ha sorpreso soprattutto la velocità. Il rugby portoghese è molto dinamico e le terze linee sono davvero veloci. È una cosa che noti subito, perché il ritmo è alto e il gioco tende a essere molto aperto.
Una cosa che invece mi piace meno è che molti campi sono sintetici. Personalmente preferisco giocare sull’erba naturale, sia per sensazioni sia per il tipo di rugby che mi piace.
C’è qualcosa che ruberesti al sistema portoghese per portarlo in Italia, o viceversa?
Onestamente non credo che ruberei qualcosa dal sistema portoghese per portarlo in Italia. Il campionato portoghese ha aspetti molto belli, ma a livello di organizzazione secondo me l’Italia è più strutturata.
Forse quello che apprezzo molto qui è la concentrazione geografica delle squadre migliori: avere meno trasferte lunghe aiuta tantissimo chi studia o lavora. Però questo dipende anche dalla dimensione del Paese, quindi non è qualcosa che si può semplicemente copiare.
Rugby, studio e futuro
Cosa ti ha dato il rugby che lo studio da solo non ti avrebbe dato?
Il rugby mi ha dato tantissimo. Prima di tutto mi ha dato persone che considero fratelli: compagni che sai che, in un momento di difficoltà, saranno sempre dalla tua parte e ti daranno una pacca sulla spalla per aiutarti.
Mi ha dato emozioni che è difficile descrivere. Ci sono cose che puoi provare solo in campo, o dentro uno spogliatoio, dopo una vittoria, una sconfitta, una settimana difficile o un momento condiviso con la squadra.
Lo studio mi ha dato strumenti, metodo, disciplina mentale e una direzione per il futuro. Il rugby mi ha dato appartenenza, carattere, relazioni e la capacità di resistere nei momenti complicati. Credo che insieme mi abbiano formato molto più di quanto avrebbero potuto fare separatamente.
Che consiglio daresti a un ragazzo che deve scegliere tra studio e rugby ad alto livello?
Gli direi di fare tutto il possibile per provare a conciliare le due cose, almeno finché riesce. Serve sacrificio, serve organizzazione e ci saranno momenti in cui sarà molto difficile, però credo che valga la pena provarci.
Allo stesso tempo, bisogna essere lucidi. Io ho sempre dato grande importanza allo studio e, se mi fossi trovato davvero costretto a scegliere, probabilmente avrei scelto l’università. Non essendo un fenomeno, sapevo che una carriera rugbistica professionistica in Italia sarebbe stata molto difficile. Per questo, per me, l’università è sempre stata una priorità.
Il rugby ad alto livello ti dà tantissimo, ma bisogna anche costruirsi un futuro. La cosa migliore è cercare di fare entrambe le cose seriamente, senza usare una come scusa per trascurare l’altra.
Credi che tornerai mai a giocare in Italia?
Perché no. Però credo che l’unica squadra per cui potrei giocare in Italia sia il CUS Torino. All’estero è diverso, perché vivi un’esperienza nuova e rappresenti un nuovo club. Ma in Italia, per quello che significa per me, mi sento del CUS.
Dove ti vedi nei prossimi anni, sportivamente e non?
Spero e credo che da settembre inizierò a lavorare, magari a Lisbona, in Italia o chissà dove. Dipenderà dalle opportunità professionali che arriveranno.
Se resterò a Lisbona, probabilmente un altro anno al Benfica lo farò volentieri. Se invece tornerò in Italia, dipenderà molto da dove lavorerò. Se fossi vicino a Torino, sarei felice di tornare a giocare al CUS, se mi vorranno. In altre città italiane, sinceramente, non credo avrei grande intenzione di giocare.
In generale mi vedo in una fase nuova della vita: finire l’università, iniziare a lavorare e capire come continuare a tenere il rugby dentro il mio percorso. Perché, in un modo o nell’altro, il rugby per me continuerà sempre a essere una parte importante.




